Il vertice del 20 novembre è fallito. Adesso tutti sperano di concludere a quello del 10 dicembre: ultima data utile per evitare il bilancio provvisorio dell’Ue, che bloccherebbe il finanziamento di nuovi progetti e il varo di Next Gen Eu con il Recovery Fund destinato a salvare l’Italia (e non solo).
Ma non è detto che i paesi membri riescano a trovare un compromesso. La questione democratica, dopo aver a lungo covato sotto le ceneri, è infatti esplosa nell’Unione Europea con una forza dirompente.
Ungheria e Polonia bloccano il Recovery Fund come ricatto per non subire provvedimenti a causa dei loro regimi illiberali che violano i principi stessi dell’Unione. In concreto, il meccanismo varato da Bruxelles prevede che, se uno degli Stati membri dovesse violare i principi base condivisi, si possa decretare la sospensione degli aiuti con voto a maggioranza, mentre Polonia e Ungheria chiedono l’unanimità.
Ecco allora che tra gli altri paesi europei comincia a farsi strada l’ipotesi estrema di spingere Varsavia e Budapest a un’uscita dall’Ue per non subire la paralisi, anche perché i due premier - Mateusz Morawiecki e Viktor Orban - hanno dichiarato congiuntamente che non hanno alcuna intenzione di fare retromarcia.