
La protesta dei trattori è arrivata a Bruxelles. A pochi metri dalla sede delle istituzioni europee, proprio quando dentro i palazzi sono riuniti i leader Ue per il Consiglio europeo straordinario, 1.300 mezzi agricoli assediano la capitale belga.
La rivolta dei cosiddetti gilet verdi è ormai dilagata da nord a sud del continente dalla Francia al Belgio, dalla Germania all’Est Europa, dall’Italia alla Grecia, fino alla Spagna. Le rivendicazioni sono comuni: redditi e aiuti più alti, no ai rigidi paletti del Green Deal, tutele dagli eventi climatici estremi, dal caro energia, dalle epidemie come l’aviaria, e dalla concorrenza sleale del resto del mondo.
Rispetto a quest’ultimo punto, André Pierre, rappresentante ed ex presidente della Federazione dei giovani agricoltori belgi (Fja), ha precisato: “Ci aspettiamo una risposta dalla Commissione ben prima delle elezioni europee. La questione della sovranità alimentare in Europa è molto più importante. Deve andare oltre la comprensione politica ed elettorale europea”.
Il problema c’è. Il fatto che l’Europa importi prodotti agroalimentari da paesi extra-Ue, dove le normative sono molto più blande rispetto a quelle comunitarie dal punto di vista ad esempio dell’uso di prodotti chimici, del diritto del lavoro, e dell’ambiente, manda in corto circuito il sistema.
È per questo che gli agricoltori francesi dichiarano guerra ai pomodori importati. In soli cinque anni l’importazione di pomodori “Origine Maroc” è cresciuta del 40 per cento, come denunciato dall’associazione di categoria “AOPn Tomates et concombres de France” (pomodori e cetrioli).
Non si tratta di trasformare l’Europa in un’area che si basi di più su misure protezionistiche, si tratta bensì di estendere anche all’import i vincoli imposti ai produttori agricoli europei. Al contrario, i vincoli ambientali è bene che restino, vista l’accelerazione del cambiamento climatico.