
Nel 1961 l’economista Robert Mundell, premio Nobel, scrisse un breve articolo destinato a influenzare le politiche economiche per oltre mezzo secolo. Riprendendo le ipotesi keynesiane, Mundell mostra come in un mondo a tassi di cambio flessibili sia le politiche monetarie che quelle fiscali risultino particolarmente efficaci. Sotto le stesse ipotesi, l’introduzione di tariffe all’importazione riduce il reddito e l’occupazione e non ha effetti rilevanti sulla bilancia dei pagamenti. Infatti, in questo caso le politiche commerciali determinano una rivalutazione del tasso di cambio, danneggiando la competitività del paese.
Il messaggio di Mundell era chiaro: se i governi vogliono stimolare l’occupazione devono agire attraverso politiche monetarie e fiscali, mentre è meglio che lascino perdere le politiche commerciali.
Il modello di Mundell è stato poi rivisitato da molti economisti, tra cui Paul Krugman nel 1982, e stimato infinite volte. Le conclusioni sono simili: le tariffe all’importazione danneggiano la crescita, generano maggiore inflazione e producono scarsi effetti positivi sui conti con l’estero del paese che le impone.
Sulla base di queste e di altre stime, un recente rapporto preparato per il Parlamento europeo da un gruppo di esperti giunge a conclusioni relativamente ottimistiche sugli effetti delle politiche protezionistiche portate avanti dall’amministrazione Trump. Se lasciamo svalutare l’euro, la politica monetaria della Bce si mostra accomodante e non si introducono ritorsioni tariffarie, le tariffe all’importazione di Trump non dovrebbero avere conseguenze troppo pesanti sulle economie europee.
Il problema di questo approccio è che il tasso di cambio è una variabile difficile da controllare in un sistema finanziario aperto. D’altro canto, gli Stati Uniti sembrano anch’essi interessati a lasciar svalutare la propria moneta. Trump ha più volte chiesto alla Fed di rilassare la sua politica monetaria; Stephen Miran, responsabile del Council of Economic Advisers, ha elaborato un piano che prevede una drastica riduzione del valore del dollaro in una sorta di riedizione dell’accordo del Plaza del 1985.
Forse, la ragione più importante per cui la moneta statunitense è destinata a svalutarsi è che ben presto il rallentamento dell’economia americana indurrà la Fed a ridurre i tassi d’interesse. L’idea è che quando viene imposta una tariffa, le famiglie e le imprese percepiscono un costo privato sui beni importati superiore al loro costo sociale; ovvero, non riescono a interiorizzare che con il maggior costo delle importazioni si generano entrate fiscali aggiuntive, che, in equilibrio, aumentano il reddito delle famiglie.
Di conseguenza, le importazioni diminuiscono più di quanto sia socialmente ottimale. Per contrastare l’effetto di sostituzione delle tariffe e mitigare la contrazione delle importazioni, la politica monetaria ottimale deve stimolare l’occupazione e il reddito. Non è allora un caso che nelle ultime settimane il dollaro si sia svalutato di oltre il 5%, nell’attesa che Jerome Powell, governatore della Fed, si decida ad abbassare i tassi d’interesse.
Se tutto questo è vero, è allora probabile che la guerra delle tariffe di Trump conduca a una guerra valutaria fra le due sponde dell’Atlantico, ma forse anche con la Cina.
Vi è tuttavia un altro motivo di preoccupazione di cui il rapporto presentato al Parlamento europeo non tiene conto. Infatti, la storia ci insegna che le tariffe generano comportamenti aggressivi da parte di chi le subisce. Tipico è l’esempio dei consumatori europei che si rifiutano di comprare automobili Tesla o cercano addirittura di rivendere quelle che hanno. Un recente articolo di fondo dell’Economist ci ricorda che questi comportamenti possono provocare danni anche maggiori agli scambi e alla crescita internazionale.
Le guerre commerciali e valutarie, viste come atti di arroganza, possono suscitare ancora maggior rancore e diffidenza nei riguardi della globalizzazione. Allora, forse avevano ragione i latini quando dicevano: Mala tempora currunt sed peiora parantur (brutti tempi, ma se ne preparano di peggiori).
(sono stati qui proposti alcuni passaggi di un articolo scritto dall’economista Rony Hamaui per lavoce.info)