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I dazi voluti da Donald Trump hanno affondato Wall Street e le borse di mezzo mondo. Crolli così pesanti hanno riportato alcuni titoli ai tempi bui della pandemia, o al buco nero di Lemhan Brothers.
E fra le società più colpite c’è il colosso americano per eccellenza: Apple. La regina di Wall Street, simbolo dell’oro tecnologico californiano, ha bruciato oltre 300 miliardi nelle ultime due sedute (2 e 4 aprile), evidenziando la fragilità di un modello di business molto legato a Paesi come la Cina.
Il colosso di Cupertino, del resto, è considerata dagli analisti molto “iPhone-centrica”, cioè legata visceralmente alle vendite dei suoi iPhone che, tuttavia, sono perlopiù assemblati in Cina, principalmente nello stabilimento Foxconn di Zhengzhou (anche se Apple sta cercando di diversificare la produzione anche in India e in Brasile).
Ma, ad oggi, la dipendenza della mela morsicata dalla catena produttiva cinese è un dato di fatto e ora è diventata una zavorra. A tal punto che un iPhone di fascia alta potrebbe arrivare a costare 2.300 dollari negli Stati Uniti (secondo quanto riportato da Reuters).