
La piccola economia islandese è stata caratterizzata negli ultimi decenni da un trend economico più discontinuo rispetto al resto dei paesi europei: intensi boom di crescita seguiti da importanti recessioni. Ora, qualcosa sembra essere cambiato rispetto al passato.
L'economia dell’isola procede a un ritmo vertiginoso da quasi otto anni, evidenzia un forte surplus delle partite correnti e un'inflazione stabile. La crescita marcia ad una media annua del 3,6%, il tasso di occupazione supera l'87%, quello di disoccupazione è al 2,7% e l'eccedenza di conto corrente è pari al 3,7% del Pil.
Il segreto di questa trasformazione è nel turismo, che è raddoppiato dal 2012, raggiungendo i 2 milioni di visitatori nel 2017, una cifra enorme rispetto ai 340 mila abitanti del paese. La spesa turistica conta come le esportazioni, dal momento che i viaggiatori portano soldi dai loro paesi per consumare sull'isola. Sebbene molti dei prodotti acquistati siano realizzati con beni importati, i servizi offerti sono al 100% islandesi. Questa situazione ha influito positivamente sulla crescita economica, il che a sua volta ha favorito la compensazione del deficit commerciale e ha contribuito a tenere a bada il debito pubblico.
Ma gli islandesi non hanno dimenticato la devastante crisi del 2008, quando in migliaia lasciarono l'isola per cercare lavoro in Svezia, Norvegia e Danimarca. Ora, il paese ha "aperto" i propri confini e il numero di immigrati in arrivo è il più consistente degli ultimi decenni. Proprio perché l’isola ricorda come fosse ieri la recessione di dieci anni fa, nel 2016 sono entrate in vigore alcune misure intese a contenere l'ingresso di flussi di capitale. La regola più importante e controversa richiede agli investitori stranieri, che desiderano puntare sui mercati islandesi, di fornire una garanzia pari al 66% dell'investimento totale. Quindi, aperti verso il resto del mondo, ma con cautela.