Perché il commercio di beni ‘sì’ e quello di servizi ‘no’?

La risposta (spiazzante) che l’Ue potrebbe dare a Trump: nessun dazio aggiuntivo sull’import di beni ‘made in Usa’, ma cominciando a tassare i colossi tecnologici che invadono anche i paesi europei con i loro servizi

Perché il commercio di beni ‘sì’ e quello di servizi ‘no’?

La domanda è: come può l’Ue difendersi dalle decisioni intraprese dal governo statunitense in tema di dazi? La presidente della Commissione europea ha subito reagito lasciando intendere che Bruxelles e i 27 non staranno certo alla finestra magari porgendo l’altra guancia.

La risposta Ue - da mettere in campo entro fine mese - sarà a due fasi, rapida ma ponderata. Bruxelles ribadirà ciò che, nelle ultime settimane, von der Leyen ha già spiegato più volte: i dazi fanno male a tutti, sono ingiustificati e vanno a intaccare delle relazioni commerciali solidissime, come quelle transatlantiche.

Il problema sono, tuttavia, le cosiddette esternalità negative, prima fra tutte il contestuale aumento dell’inflazione (conseguentemente al fatto che le importazioni costano di più per consumatori, imprese, ecc.) di un’eventuale reazione ai dazi di Trump con altri dazi sul commercio di beni.

E qui siamo al punto: e se Bruxelles spiazzasse Washington non inserendo alcun dazio aggiuntivo sull’import di beni ‘made in Usa’ e, al contempo, mettesse in conto il ruolo dei servizi?

Come noto, le piattaforme tecnologiche statunitensi, usate massicciamente in tutto il mondo a cominciare dal Vecchio continente, sono, di fatto, esentasse. Versano poco o nulla ai sistemi fiscali nazionali. È giunto il momento di aprire questo capitolo, pur ben sapendo di esporsi così facendo anche alla eventuale interruzione (nel breve periodo) dell’erogazione di tali servizi in Europa, fermo restando che i colossi hi-tech difficilmente potranno rinunciare a un enorme bacino di consumatori paganti (450 milioni).

Il che ci riporta forse al problema principale: ovvero ai modesti investimenti in ricerca e sviluppo (R&S), rispetto agli Usa, realizzati nell’Ue; al fatto che gli stati europei non sono ad oggi stati capaci di produrre neanche un campione tecnologico nazionale. L’errore, che ora si scopre essere stato fatale, è stato illudersi di poter tirare avanti, continuando a ritagliarsi un ruolo importante nei mercati internazionali, principalmente continuando a produrre automobili (a combustione!) e concentrandosi in settori a basso tasso di innovazione e di valore aggiunto (come il tessile, il turismo, e il food&beverage).

Le aziende tecnologiche statunitensi, ad esempio, spendono più del doppio rispetto alle aziende tecnologiche europee in ricerca e sviluppo (R&S). E, mentre le aziende negli Usa hanno visto un balzo del 40% nella produttività dal 2005, in quelle impegnate nella tecnologia europea è stagnante.

Questo divario è evidente anche nel mercato azionario: mentre le valutazioni del mercato azionario statunitense sono più che triplicate dal 2005, quelle europee sono aumentate solo del 60%.

Non è mai troppo tardi per tentare di rimettersi sulla strada giusta. Cominciando a tassare l’abnorme mole di servizi statunitensi utilizzati (anche) dagli europei.

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