
Metà della produzione alimentare mondiale è insostenibile dal punto di vista ambientale. In pratica, avviene mettendo a serio rischio il futuro del pianeta. Le prove sono evidenti: stress idrico, perdita di biodiversità, ecosistemi degradati. Ma se questa è la cattiva notizia, quella buona è che si può fare qualcosa, a patto di ripensare completamente il sistema con cui produciamo cibo e i suoi modelli di consumo.
È la conclusione a cui è giunto il Potsdam Institute for Climate Impact Research (Pik): oggi solo 3,4 miliardi di persone su una popolazione mondiale di 7,7 mld sono alimentati rispettando la sostenibilità ambientale e preservando le risorse del pianeta.
Il 48,6% del cibo viene prodotto superando ben 4 dei 9 ‘Planet Boundaries’, limiti invalicabili per la salvaguardia del pianeta introdotti dal geofisico Johan Rockström. Nello specifico i limiti oltrepassati direttamente coinvolti nella produzione del cibo riguardano la difesa della biodiversità, l’uso sostenibile di acqua dolce, l’impiego di fertilizzanti in agricoltura e il disboscamento di area forestali.
In pratica utilizziamo troppa terra per colture e bestiame, concimiamo troppo e irrighiamo troppo. Un problema aggravato dal fatto che la popolazione mondiale è in crescita e raggiungerà i 10 miliardi di persone nel 2050.
Ma le vie d’uscita ci sono. Secondo i ricercatori, rivedendo completamente il sistema di produzione e i modelli di consumo del cibo, si può riuscire a dare cibo sufficiente e sano all’intera popolazione mondiale senza compromettere il pianeta.
Per riuscirci occorre adottare un pacchetto di risposte che insieme equivalgono a una riprogettazione radicale del sistema alimentare. Tre i punti chiave: ridistribuzione delle terre coltivate, migliore gestione delle risorse idriche e nutritive, riduzione degli sprechi alimentari e cambiamenti dietetici.
Inoltre, anche i consumatori dovranno dare un contributo, modificando la loro dieta: meno carne e più proteine vegetali e verdura. Così come è fondamentale riuscire a ridurre gli sprechi alimentari, arrivati a rappresentare il 30% del cibo complessivamente prodotto.